Non fare
In un tempo che misura il successo dalla quantità di ciò che viene costruito, consumato o trasformato, forse è necessario tornare a considerare un'altra possibilità: non fare. Non come rinuncia o immobilismo, ma come scelta progettuale consapevole. Esistono luoghi che chiedono cura invece di nuove forme, ascolto invece di nuove funzioni, tempo invece di consumo. In questi casi il progetto non coincide con l'aggiungere, ma con il comprendere ciò che è già presente e decidere di non alterarlo. Il numero zero di «tre» nasce da questa domanda semplice e radicale: siamo ancora capaci di riconoscere quando il miglior progetto è non costruire nulla?
Quando fermarsi dovrebbe essere il progetto
di Juri Battaglini
L'annuncio del grande investimento turistico previsto sull'isola di Sazan, in Albania, ha riacceso un dibattito che riguarda non soltanto la politica, l'economia o l'ambiente, ma anche il ruolo di chi progetta. Ogni grande trasformazione territoriale porta con sé la firma di architetti, urbanisti, ingegneri, paesaggisti e consulenti. Dietro le immagini patinate dei resort di lusso e delle marine turistiche esistono sempre professionisti chiamati a tradurre una visione economica in uno spazio reale. È proprio qui che emerge una domanda spesso ignorata: fino a dove arriva la responsabilità etica del progettista?
Negli ultimi decenni la sostenibilità è diventata una parola onnipresente nei discorsi sull'architettura e sull'urbanistica. Eppure, quando un intervento interessa ecosistemi fragili, aree protette, paesaggi che hanno conservato per secoli i propri equilibri naturali, o luoghi in cui semplicemente il non umano è in equilibrio e non ha necessariamente bisogno dell'umano forse la domanda non dovrebbe essere come costruire, ma se costruire.
L'isola di Sazan rappresenta un patrimonio ambientale e paesaggistico unico nel Mediterraneo. In contesti simili il progetto non può limitarsi a mitigare gli impatti o a compensare le trasformazioni. Esistono luoghi il cui valore risiede proprio nella loro integrità. Luoghi che insegnano un principio semplice ma spesso dimenticato: non tutto ciò che è possibile realizzare dovrebbe essere realizzato.
L'architettura è una disciplina che trasforma il mondo, ma la sua maturità si misura anche nella capacità di riconoscere i limiti dell'intervento umano. Dire "no" a un progetto non significa essere contrari alle gioie del mondo contemporaneo. Significa comprendere che l'essenza dell'essere contemporanei non coincide necessariamente con la costruzione.
Forse la sfida più importante per noi professionisti di oggi non è immaginare sempre nuove opere, ma imparare a riconoscere quando la scelta migliore è lasciare un luogo così com'è. Perché adagiare il proprio corpo accanto alle piante, agli animali e al paesaggio senza fare nulla può essere, a volte, il progetto più coraggioso di tutti.
Foresta Urbana Lecce
WWF Lecce con Rigenerazione Urbana Lecce
a cura di Redazione
A Lecce, lungo via San Cesario, una vecchia cava di pietra leccese è diventata nel tempo una foresta urbana. Nei primi anni del 2000 nell'area era previsto un imponente operazione immobiliare a firma di studi di progettazione di rilevanza nazionale e internazionale. Ma le linee di intervento previste dal Programma di Rigenerazione Urbana di Lecce del 2009 contribuirono a fermare quella trasformazione, incentivare l'idea del WWF Lecce e finanziare i primi passi dell'azione riconoscendo il valore ambientale e paesaggistico dell'ex cava.
Da allora questo margine urbano ha assunto un significato diverso: non un vuoto da riempire, ma un ecosistema da ascoltare. Esempio come altri di luogo dell'indecisione amministrativa poi deciso dall'azione dei non umani e da qualche umano di buona volontà. Alberi e animali protagonisti di una rigenerazione iniziata senza architettura. La Foresta Urbana insegna alla città una lezione semplice: a volte il progetto migliore non è costruire, ma proteggere e valorizzare ciò che il tempo e quella che noi umani occidentali chiamiamo natura hanno già trasformato.
https://www.forestaurbanalecce.it/
La scuola, progetto pilota nella rete dei rifugi climatici
Tre domande a Fabián López Plazas, architetto e professore presso l’Universitat Politècnica de Catalunya · BarcelonaTech (UPC)
Fabián López Plazas, con E. Crespo Sánchez, R. Llorca Pérez e E. Santacana Albanilla, è autore di “Schools as climate shelters: Design, implementation and monitoring methodology based on the Barcelona experience” (2023). Con lui approfondiamo metodo, risultati e trasferibilità alle città del Mediterraneo.
Oltre alla riduzione delle temperature, quali condizioni spaziali, ambientali e organizzative sono necessarie affinché una scuola o una struttura pubblica funzioni come rifugio climatico?
Sono fondamentali le caratteristiche ambientali del contesto: densità urbana, livelli di rumore e inquinamento, vicinanza al trasporto pubblico. Migliorare soltanto le condizioni adattive della scuola — ombra, vegetazione, materiali a basso impatto — serve poco se non cambia anche l’intorno urbano, che può impedire il comfort interno e aumentare la dipendenza da sistemi attivi come l’aria condizionata, contribuendo nel tempo all’isola di calore. Limitare, e idealmente eliminare, la mobilità basata su combustibili inquinanti è quindi una condizione necessaria.
Che cosa ha rivelato il monitoraggio dei rifugi riguardo al loro utilizzo, ai benefici e ai principali limiti?
Il monitoraggio delle 11 scuole pilota pubbliche, al quale ho partecipato, ha dato risultati molto positivi: più ombra, maggiori possibilità di raffrescamento durante le ondate di calore e naturalizzazione dei cortili. Sono migliorati la percezione del comfort termico, la varietà delle attività ludiche e le relazioni egualitarie tra bambini e bambine. La rete cittadina ha superato i 500 rifugi. Nelle scuole, la metodologia di diagnosi, selezione degli interventi e attuazione è stata replicata in oltre 70 istituti, un dato che conferma la validità del percorso.
In quale misura il modello di Barcellona può essere trasferito alle città mediterranee più piccole, in particolare nel Sud Italia?
A mio parere il modello è pienamente adattabile. Le città ad alta densità, come Barcellona, sono quasi al limite di applicazione per la complessità dovuta all’inquinamento, alla mobilità urbana obbligata e alla scarsità di spazi verdi. Nelle città meno dense, con condizioni climatiche e livelli di inquinamento meno intensi, il modello può essere adattato con maggiore facilità e raggiungere prestazioni eccellenti. La presenza diffusa di scuole, cortili, biblioteche e altri edifici pubblici costituisce già una base concreta da cui partire.